sabato 17 marzo 2012

Momentaneamente rimpatriato

"riposando nel vicolo" Hong Kong, 2011 © MiLo Sciaky



Ho salutato Hong Kong in una giornata uggiosa qualche giorno fa facendo ritorno nella mia città natale. Milano. Che per l'occasione sfoggiava un bel sole caldo e un pacco di corrispondenza accumlatasi sulla scrivania dell'ufficio di mio papà che non vedeva l'ora di mostrarmi i bollettini di pagamento scaduti, le bollette addebitate su un conto corrente che di tale ha solo la denominazione, multe, solelciti e altre scartoffie poco simpatiche. Prendete nota: scappare è impossibile. Nessuno può dire di potersene andare veramente.
Viaggi in aereo così lunghi sono sempre un pò delle avventure a sè stanti quindi io, per evitare di atterrare a casa, stremato e senza nulla di che da dire, mi sono impegnato a perdere un sacchetto contenente una preziosa opera d'arte locale al banco del check di AirFrance sovvenendomene soltanto all'arrivo al Gate. In virtù dell'amicizia e del rispetto che legano il popolo italiano a quello francese, il personale della compagnia aerea ha fatto in modo che il bagaglio non mi venisse riconsegnato nè che potessi andarlo a recuperare come mi ero proposto di fare. L'avrebbero consegnato all'ufficio Lost & Found. Ovviamente dicendo che non avrebbero neanche potuto spedirmelo "Ragioni di sicurezza", certamente, un quadro dirottatore fa paura, "Tornerà ad Hong Kong?" naturale, una manciata di minuti da Corso XX Marzo, che sarà mai! Almeno ho ammortizzato il costo del biglietto sciroppandomi 5 film consecutivi. Niente male.
Ho deciso di passare un periodo della mia vita a Hong Kong per darmi più possibilità lavorative di quelle che avrei potuto trovare in Italia in questo particolare momento storico. Guadagno totale di questa prima parte dell'esperimento: zero euri. Ovviamente chi fa il mio mestiere è superiore a queste banalità legate al denaro e ai suoi affini. Ma porca...
In comepnso sono partito a dicembre per l'estremo oriente da fotografo e sono ritornato scrittore/intellettuale/opinionista, senza possedere neanche titoli di studio validi a garanzia di qualità e anzi essendo stato mortificato per 2 anni di liceo con il debito formativo in Italiano. Ad ogni modo, il blog che avete la fortuna di leggere, è diventato una Hit dell'estate come Bombastik, quindi non temete: vi lascerò in pace per un paio di mesi fino a quando tornerò a corrispodere cose super interessanti dal Porto Profumato passando per Shanghai!
ZOIGIN!

venerdì 9 marzo 2012

Hong Kong Noir

"Ok store di Tin Shui Wai" Hong Kong 2012, © MiLo Sciaky




Ho conosciuto Alex quando ho deciso di fare del quartiere hongkonghese di Tin Shui Wai, nei Nuovi Territori, la mia area di interesse. Cercavo disperatamente contatti e appigli dove non conoscevo nessuno e nessuno mi capiva. Non certo una premessa confortante per iniziare un lavoro di documentazione da zero.
In sella alla mia bici in prestito, durante uno dei bucolici sopralluoghi in riva al fiume che accarezza il lato occidentale di questa famigerata "città della tristezza", ho fatto irruzione nell'ufficio di un'associazione che ho scovato per caso, grazie a una discreta insegna recante la scritta "we have the power", chiedendo del responsabile e così ho conosciuto lui. Gli ho detto cosa avevo intenzione di fare, che ero animato da sinceri e buoni propositi e che avrei voluto seguire le loro attività. Qualunque queste fossero. Dopo mezz'ora di chiacchierata e due settimane di attesa finalmente avevo passato l'esame riservato ai fotoreporter impiccioni con l'aggravante di essere pure occidentali.
"Hai problemi a fare foto di notte?" mi chiede al telefono. Io: "no", spiazzato dalla domanda. "Foto sono foto, basta che me le fai fare" mi dicevo.
A Tin Shui Wai operano alcune Ong visti i parecchi problemi che la affliggono, ma quella di Alex e dei suoi 19 giovani "social workers" è diversa: recuperano i giovani sbandati per le strade prima che i membri delle Triadi, la famigerata criminalità organizzata di stampo mafioso cinese, li assoldi come soldati per le sue attività. Alle volte arrivano dopo e salvarli è più difficile. Ovviamente questo mercato di manodopera è più florido in un quartiere di disagi sociali come questo, in cui decine e decine di adolescenti sono liberi di gironzolare nella notte senza nulla da fare. Niente bar, discoteche dove sfogarsi e situazioni familiari disastrate a cui non hanno alcuna fretta di fare ritorno.
"A Hong Kong la facciata è bella, ma i problemi le scivolano sotto" mi dice il mio nuovo amico, mentre giunti alla 3° ora di chiacchierata sociologica aspettavamo che una giovane collega riemergesse dall'oscurità in cui si era immersa per parlare con 2 cinesine belline, belline come bamboline dalla pelle chiara come la porcellana, gli occhioni neri, i capelli neri e i vestiti succinti, neri pure quelli. Erano quasi le 2 di notte quando ci siamo ritrovati a scambiare due chiacchiere con le giovincelle e quella frase dal sapore vagamente retorico cominciava a prendere un suo senso. La più socievole delle due aveva 15 anni e un sogno: fare la truccatrice. Per esaudirlo non andava più a scuola. Si lamentava che non trovava lavoro e quindi passava la notte per strada. Ottimo inizio. L'amica invece era parrucchiera e guadagnava l'equivalente di 30 euro al mese. Manco a dirlo non era molto motivata. Poverine, e così graziose.
La frase era ancora in fase di elaborazione e faticavo a mettere insieme tutti gli elementi. Non che fossero poi tanti, e poi a me, cazzo, piaceva un sacco l'ambiente in cui mi ero fortuitamente immerso: si, palazzoni a blocchi mastodontici ben poco a misura d'uomo, ma parchi ordinati, campi da gioco, spazi, spazi, spazi verdi, che a Hong Kong di posti così non ne esistono. E il silenzio che accompagna un'arietta meno soffocante, grazie all'assenza di fabbriche e le poche vetture in giro, e che rottura di palle è sta cosa che tutti si lamentano? Pensavo a questi ragazzi liberi nella notte senza tuttavia essere circondati dalla violenza e dal pericolo che regnano ad esempio nelle favela di Rio dove non entra neanche la polizia. Pensavo alle Banlieu Parigine in rivolta, al famigerato Bronx, ai roghi di quest'estate a Londra, la città della Regina. Peggio, mooolto peggio. E dov'è che sono gli scellerati criminali asiatici con i tatuaggi e le mannaie porco Giuda?!
Poi un giorno fa capolino nell'associazione un giovane dal bel viso delicato e dai modi gentili. Alex me lo presenta. E' un batterista che frequenta il loro centro per suonare insieme a una band di loro "clienti" da recuperare. Ottimo, un musicista mi dico io. In queste settimane di giovani intraprendenti ne ho conosciuti, apprezzati, ma lì in mezzo lui stonava proprio, poi tutto si è sistemato e d'un tratto quadrava, o quasi: "questo qui era uno dei soldati delle Triadi. Ha appena 19 anni. Era uno dei preferiti perché è molto forte nel combattimento, poi qualche anno fa lo hanno arrestato e noi lo stiamo aiutando a rimettersi in sesto". Io lo guardavo e mi sembrava solo un modello da copertina della versione cinese di Armani. Troppo bello per essere un picchiatore. Ero un pochino confuso. Era tutto il contrario di come sarebbe dovuto essere secondo me. Il che, detto così, effettivamente ha poco senso in effetti.
Avevo una discreta esperienza di cose cinesi e mi sarei dovuto aspettare qualcosa che non tornava.
Gli occidentali hanno la curiosa e comprensibile attitudine di codificare con il loro codici di valori, esperienze analoghe e filtri culturali una realtà che per essere capita va affrontata con delle chiavi di lettura diverse. Io lo sapevo e continuavo a sbatterci il nasone.
Pensavo ad Al Pacino in Scarface, alle foto delle gang centro-americane armate fino ai denti, ai video rap del Wu Tang Clan, o anche solo alle piazze delle città italiane con ragazzotti dagli occhi rossi di fumo, arroganti e aggressivi, ammassati sulle panchine "della zona" e pronti a scattare per uno sguardo storto. E ora mi si facevano le paranoie per qualche birretta, un paio di sigarette e alcune zuffe? In confronto qui è il Paradiso sezione Arcangeli pensavo.
Pensavo a tutto questo, soprattutto alle scene incredibili dell'arresto di camorristi nel campano con la gente comune che si dispera e applaude, e certo non applaude i poliziotti. Pensavo a tutto questo e volevo paragonarci quello di cui stavo facendo esperienza in queste notti. Semplicemente era un'altra cosa. Era una cosa che stava un po' più sotto e pian piano lo stavo capendo.
"Alla gente non piacciono". Ecco! Un altro appiglio dell'oracolo mi è stato svelato! Un'altra differenza. Si, ma a chi piacciono i delinquenti scusa? "la gente ha paura e li ignora". Poi ci ho pensato meglio e sono stato costretto ad ammettere che nella società occidentale cui appartengo si sprecano gli esempi di anti-eroi e in certi casi le notize di connivenza popolare alle frange mafiose operanti nella società a tutti i livelli avevano suscitato clamore, salvo poi, però, portarci a una sorta di assuefazione laddove un certo genere di pratiche si muove comunque di pari passo con la consapevolezza e l'indifferenza comuni.
Hong Kong invece è un posto molto sicuro se paragonato con altri in giro per il mondo. La polizia è molto forte. Ci sono delle regole e una netta distinzione tra ciò che fa parte della società onesta e ciò che persegue un fine con mezzi criminali. Tra quelli che sono i modelli buoni e quelli cattivi. Tutto qui. In Cina ad esempio, in questo periodo, si sta riproponendo l'esempio del valoroso soldato Lei Feng, le cui qualità integerrime erano state portate da Mao Zedong per educare le masse nel suo paese. Un esempio buono che tutti devono far proprio. Questo fa si che organizzazioni tipo le Triadi, in alcuni casi anche solo bande di strada un tantino organizzate, siano ben più distanti nell'incontro con la società e siano costrette a muoversi a profondità più basse, ridotte a gesticolare segni segreti di affiliazione, rendendone più difficile e complessa la lettura.
Poi una sera, mentre per l'n-esima volta insegnavo parole in italiano ai ragazzetti smarriti stravaccati sulle panchine del parchetto ben curato, le voci degli operatori sociali che erano con me si abbassano  "Tai Lo is coming", mormorano, che in italiano fa tipo: "arriva il grande fratello"e fa ridere, ma che con Pasquale Laricchia non c'entra nulla. Per capirci è il Big Brother. Il capo. Non il capo delle Triadi che non ce n'è mica uno solo come ne Il Padrino, ma uno che comanda un certo numero di sottoposti.
Si avvicina sicuro e anonimo al gruppo di cui facevo momentaneamente parte e nella mia testa una voce sarcastica mormora: "e quel cosino li sarebbe il Big Brother tzè?" Ma ormai avevo quasi capito che "le cose stanno sotto", quindi non l'ho affrontato in un combattimento a colpi di Kung Fu per scalare la gerarchia criminale di Hong Kong. La mia presenza non ha acceso nessun tipo di interesse in lui. Un occidentale con una macchina fotografica e 4 buoni samaritani in mezzo ai suoi affari non sarebbero stati mai tolerati da nessun'altra parte!!! Ma cosa vuol dire tutto ciò? Come se Roberto Saviano si fosse trovato spalla-spalla con Sandokan e giocato a 1,2,3, stella. Lui però niente. Si è bevuto una birra insieme ai ragazzetti e mi ha semplicemente ignorato, lasciandomi ancora più smarrito e solo nella mia fase di comprensione di un argomento così lineare come lo strato criminale di Hong Kong.



lunedì 5 marzo 2012

Tai O e gli ultimi pescatori di Hong Kong

"Tai O" Hong Kong, 2012. © MiLo Sciaky




Tai O è una graziosa isola dalle caratteristiche casette sull'acqua, le palafitte. E dai pittoreschi ometti che vivono pescando, i pescatori.
E' collegata, tramite un ponticello lungo appena qualche metro, all'isola di Lantau, la maggiore di Hong Kong. Dove atterrano gli aerei, c'è Disneyland e il Budda seduto più grande del mondo. 
Nonostante sia un gioiellino che, grazie al suo basso profilo, è riuscito a resistere alla modernizzazione selvaggia, non è comunque meta del turismo più sfrenato. Quello preferisce bazzicare le zone centrali e caoticamente sfavillanti della città. Non essendoci strutture ricettive o boutique, i suoi abitanti vivono tranquilli, qualche decennio indietro, senza prestare troppa attenzione allo sparuto via vai di curiosi. 
Tai O è stata soprannominata "il villaggio dei pescatori di Hong Kong". Perché ci sono i pescatori. La stessa Hong Kong era un villaggio di pescatori in passato, poi la storia ha fatto il suo corso lasciandone comunque alcuni sparsi per il territorio. La colonia inglese è cresciuta e si è sviluppata. Molto. E' passata alla Cina nel 97' e non ha mai smesso di macinare sviluppo. Con lo sviluppo è cresciuto anche il bisogno di edificare ovunque. Principalmente per dare un profitto agli imprenditori edili e incidentalmente un tetto a immigrati ed espatriati. In cerca di salvezza dalle loro zone natali i primi e di business i secondi. Più o meno possiamo dire così.
Nelle aree settentrionali sono quindi sorti in un baleno i Nuovi Territori. A colpi di palazzoni imponenti vicini vicini tra loro e prezzi da capogiro. La Cina, per non essere da meno, ha trasformato a sua volta uno di questi villaggi di pescatori in una megalopoli industriale appena una quindicina di anni fa. La mitica Shenzhen. Con buona pace per la pulizia di acque e cielo.
Manco a dirlo, ormai, parecchi di questi insediamenti bucolici abitati da operosi pescatori asiatici esistono solo in fotografia. La fotografia che orna questo post, invece, è stata scattata dove ancora qualche pescatore esiste. Ancora per poco ho appreso. Infatti è legge del governo hongkonghese che non venga più rinnovata dal 2013 la licenza ai lavoratori di mare impegnati nella pesca dei crostacei, in quanto, curiosamente, la tecnica da loro adottata danneggerebbe il fondo marino. Gli scarichi delle fabbriche tutto intorno e le petroliere, ho sentito, contribuiscono a rendere più salubre l'ambiente.
Sono rimaste 5 famiglie, a Tai O, che vivono solo di questo tipo di pesca. Altri pescatori si barcamenano anche con altre attività o adoperano imbarcazioni più leggere e strumenti meno sviluppati rispetto a quelli necessari per fornire granchi e affini ai ristoranti, rendendo così più agile un eventuale cambiamento di attività.
Ho incontrato una di queste famiglie. Capitanata da uno degli ultimi esemplari di uomini cui dopo 40 anni di vita in mare si è pensato di comunicare che "grazie tante, ma da gennaio dovrai trovarti un altro modo per campare". Il problema per cui il nostro amico pescatore vede abbastanza complicata la possibilità di cambiare mestiere, mi spiega attraverso una gentile signorina che mastica più delle mie 50 parole in cantonese, è che non sa scrivere. Nè leggere. Ha sempre e solo pescato. 
E intanto le lucine della città del futuro dall'altra parte della montagna continuano a brillare.

giovedì 1 marzo 2012

Ordinaria follia immobiliare

"Occupy Central. Headquarter HSBC" Hong Kong 2012, © MiLo Sciaky 




Avevo scattato questa simpatica immagine senza troppa convinzione. 
L'onda di proteste contro il mondo oscuro della finanza mondiale imperversava con vigore e passione in molte città del mondo sviluppato e a quanto pareva anche Hong Kong aveva la sua: "Occupy Central". E io convinto che qui filasse tutto liscio!
Central è il cuore del business della città. Una sorta di Wall Street, ma molto più affollata e densamente avvolta da orde di banche fameliche. I manifestanti hanno quindi scelto di accamparsi sotto la sede del grattacielo della HSBC. Nessun fumogeno, gruppi di militari in tenuta anti sommossa, botte o il clamore suscitato in altre dimostrazioni più famose come quella di New York. Ma comunque un movimento conscio dei suoi diritti, libero di dimostrarli nonostante l'area geografica di riferimento, e giunto al 4° mese di presidio. Abbastanza stanchino a quanto pare, ma comunque indisturbato. 
La Hong Kong che conta difficilmente presta attenzione a qualcosa che non siano affari. Non ci sono i Black Block a devastare le città e quindi a sollevare polveroni come da noi, ma laddove manca l'attenzione c'è sempre una parte di cittadini, professionisti e non, attenti alle pubbliche questioni che contribuiscono a mantenere alta la coscienza sociale che rende questa città unica. 
Si dà il caso che uno dei problemi più gravi a Hong Kong sia lo spazio. Semplicemente non ce n'è più. Quello che c'è, invece, è un disperato bisogno di costruire nuove abitazioni. I potentissimi palazzinari ne hanno un disperato bisogno e anche i cittadini. Sono tutti disperatamente bisognosi e d'accordo. 
Tutti vogliono tentare la loro fortuna lungo le coste del "porto profumato", ultimamente in maniera massiccia e con investimenti speculativi pesanti dalla Cina confinante, contribuendo a far schizzare i prezzi delle abitazioni oltre l'immaginabile, senza contare che il mercato immobiliare hongkonghese è oltremodo libero: non è soggetto a limiti. Allo scadere del contratto, il proprietario può infatti decidere di raddoppiare, triplicare e così via il prezzo dell'abitazione o dell'esercizio commerciale e il dramma è che la domanda c'è sempre. Qualsiasi sia la sparata. Hong Kong è la città delle opportunità, ma è impietosa. Se non sei competitivo te ne vai a fare in culo e arrivederci.
Hong Kong è la città in cui le case costano di più al mondo. Lo ha rivelato il South China Morning Post, uno dei quotidiani più autorevoli esistenti. L'ho scoperto scorgendo il titolone in prima pagine sul suo inserto "business" che solitamente cestino senza leggerlo neanche visto che io e gli affari non andiamo molto d'accordo. 
La soluzione abitativa che ero riuscito a ottenere andava comunque al di là delle mie più rosee aspettative e quindi mi accingevo a gustarmi le disgrazie altrui con compiaciuto distacco. 
Arrivato a metà lettura il fastidio stava pervadendo la mia malignità precedente: 
L'esempio del giornalista che citava lo studio cui si riferiva parlava di un appartamento di 3 locali, in una posizione centrale, quindi buona, ma non arredato, al costo di 11.800 dollari al M2. 

1 HKD (dollaro di Hong Kong) = 0,13 USD (dollari Usa) 

In pratica 1 Euro vale circa 10 HKD. Il dollaro americano vale un pò di meno, ma siamo li.
Ok che il prezzo era senza mobilia, ma secondo la mia esperienza, case in centri storici nostrani costano sicuramente di più. Cagate da giornali. Poi rileggo per essere sicuro di aver capito bene e scopro che il prezzo era riportato non in valuta locale, in HKD, bensì in $ statunitensi. Il che voleva dire, trasformato in euro, che il metro quadro (in media! per una zona prestigiosa) veniva venduto a 10.000 EURINI!
Ecco che le tende cominciavano ad assumere un senso più allegorico ai miei occhi.




lunedì 27 febbraio 2012

Bruce Lee. Boom del made in Hong Kong

"Show di Wing Chun. Trova l'intruso" Hong Kong 2012. Ph. Yoko Yp




Da bambino avevo un solo eroe: Bruce Lee. In realtà ne avevo 2. L'altro era Michael Jackson, ma era ancora vivo e quindi difficilmente leggenda. Percorso che ha comunque allontanato progressivamente, anno dopo anno, dal varo delle possibilità di diventarlo un giorno viste le implicazioni morali di alcuni aspetti della sua vita privata e non. La fine di una star. E manco una fine troppo bella. 
La morte del "Piccolo Drago" (dal suo nome in cinese Xiao Long) invece è ancora causa di fantasticherie. I complotti cino-mafosi per il controllo dell'industria cinematografica di Hong Kong non reggono, purtroppo, alle dichiarazioni mediche secondo cui il giovane attore è deceduto a causa della reazione allergica a un farmaco.
Bruce Lee è diventato leggenda non solo perché non ha avuto il tempo, da vivo, di combinare qualche cazzata, e neanche solo per l'abilità di artista marziale o quella di attore, ma in quanto pioniere. Primo a sdoganare un certo tipo di pellicole che l'industria di Hong Kong sfornava comunque tipo catena di montaggio. Un eroe cinese finalmente, da contrapporre ai modelli occidentali. Un orgoglio nazionale di cui la Cina aveva disperatamente bisogno. Nei suoi film era l'innocuo cinesino che da solo sconfiggeva una barcata di nemici senza che nessuno puntasse 2 soldi su di lui. Preferibilmente nemici giapponesi. Questo risvolto patriottico lo ha reso il cinese più noto all'estero e il più adorato in patria. Poco importa che sia nato a San Francisco. E cresciuto a Hong Kong! Per i cinesi stessi andava benissimo così.
Bruce Lee è stato la miccia che ha fatto esplodere, alla fine degli anni 80', il Boom del cinema di arti marziali e gli affari delle palestre in cui si insegnavano. Arti marziali intese come arte. Quello che effettivamente sono. Non quindi un modo per prendere i cattivi a calci in culo e limonare con la figona di turno. Arti marziali come filosofia e ricerca della perfezione. Bruce Lee ha continuato a migliorarsi, da buon artista marziale, arrivando a teorizzare un suo personale stile di combattimento. Il Jeet Kune Do.
Dalla sua biografia emerge essere stato un carattere mite e avverso all'uso della violenza e delle tecniche  di cui era esperto (non per niente è una leggenda), illuminando di luce nuova agli occhi dell'occidente un aspetto della cultura orientale poco noto grazie alle sue mosse letali a ai suoi striduli urletti di battaglia. Ha fornito al mondo gli strumenti per leggere tutto questo.
Bruce Lee ha trasposto nei film che lo hanno reso universalmente celebre la disciplina che ha studiato nel corso degli anni. Il Kung Fu. Nello specifico uno stile di Kung Fu, che in cinese significa banalmente tipo "cosa fatta bene" ossia il Wing Chun, imparato dal famoso maestro Yp Man a Hong Kong e poi integrato con diversi altri stili.
Non possiamo certo poi dimenticare che il mitico Bruce ha combattuto nel film "L'urlo di Chen terrorizza anche l'occidente" con l'invicincibile Walker Texas Ranger all'interno del Colosseo prima che questo piombasse ad ammorbare le serata di milioni di italiani con le sue avventure su Rete 4.
Ecco. Hong Kong per sdebitarsi di tanta fama gli ha dedicato una statua sulla Avenue of Stars a Kowloon votandolo "Star of the Century". Scusate se è poco.
Quindi, trovandomi nei paraggi, mi è sembrato giusto provvedere a dare il mio contributo per mantenere viva questa leggenda grazie alla quale a 7 anni mi sono avventurato nel magico mondo delle arti marziali uscendone rotto, ma contento. 
E' buffo guardare indietro e rendersi conto di aver ripercorso casualmente, o più coscientemente, una strada fino a finire a fare la parte del pirla nella foto lassù proprio a uno show di Wing Chun... a Hong Kong. Dopo ben 5 lezioni di pratica della disciplina e 20 anni passati a fare Wushu :-)


"Io e Bruce Lee in un duello marziale" 2011, Hong Kong. Ph. Simona Corno

sabato 25 febbraio 2012

Mandarino Vs. Inglese 1-0

"Lezione di cantonese per i bambini delle elementari" 2012, Hong Kong. Ph. Milo Sciaky



CINESE MANDARINO - CINESE CANTONESE 

Xie Xie        -         Dozhe/M'goy        ----->  Grazie
Naar            -         Bindou a              -----> Dove?
Dui              -         Hai                      ----->  Si
Pigiou          -         Bezau                 -----> Birra
Wen            -         Mahn                   ----->  Chiedere
Shuo           -         KiingGai               ----->  Parlare


Il  Cinese Mandarino (o Putonghua) è la lingua ufficiale del governo di Pechino. Utilizza i caratteri semplificati e viene parlata in gran parte del territorio cinese. 
Il Cantonese invece utilizza i caratteri tradizionali. E' parlato a Hong Kong, Macao, e nella regione meridionale cinese del Guandong. E comunque da 66 milioni di persone.
Sono entrambe lingue tonali: la stessa parola può essere pronunciata con diverse intonazioni e assumere così significati completamente differenti. Il Mandarino ha 4 toni, mentre il Cantonese 9. Fate un pò voi il macello...
Come si evince dal rapido esempio iniziale, le due lingue non sono proprio uguali. Anzi!
La prima volta che ho sentito parlare cantonese mi trovavo a Pechino. I miei nuovi compagni di stanza parlavano tra di loro fitto-fitto e per una buona settimana sono rimasto convinto fossero filippini!
Il Wall Street Journal ha pubblicato gli esiti di un sondaggio da cui è emerso che a Hong Kong, ormai, la seconda lingua più parlata non è più l'inglese (46%), ma il cinese mandarino (48%).
E' noto come a Hong Kong sia possibile sopravvivere abbastanza bene conoscendo solo la lingua della regina. Certo, le difficoltà aumentano proporzionalmente man mano che ci si allontana da Central, ma non tutti ne sentono la necessità. Merito di 150 anni di occupazione britannica. Gli studenti imparavano l'inglese meglio di come veniva insegnato a noi in Italia. Chi più, chi meno, a seconda del percorso di studi affrontato, che è molto selettivo e fa presto a lasciare indietro chi non è all'altezza. 
Quasi 15 anni fa però l'idillio è finito e gli inglesi hanno dovuto prendere su baracca e burattini lasciando in mani cinesi il loro gioiellino estremo orientale. 
Il risultato è che il Governo ha progressivamente introdotto nelle scuole, nelle pubblicità, nei giornali e in vari altri ambiti la sua lingua, seguendo una prassi rodata anche nei casi Tibetano e delle regioni abitate dagli Uiguri, con la differenza che questo preziosissimo modello di metropoli ricca e potente gode ancora di un'autonomia molto elevata, beneficiando dello slogan "Un paese 2 sistemi" con cui la Cina gestisce il graduale abbraccio a Hong Kong che tra circa 40 anni trascinerà sotto la bandierona rossa e le sue stelline gialle. Il figliol prodigo diventato così sano e forte senza che siano stati fatti sforzi per crescerlo. Una bella fortuna. I cinesi sono i campioni del business.
L'importanza di questo trend linguistico non quindi è circoscritta a qualche regione sperduta e povera lì da qualche parte nella strana e lontana Cina dove "che si gestiscano il loro popolo come vogliono tanto..". Hong Kong non è la Cina e non vuole esserlo. Hong Kong, lo sanno tutti, è business, borsa, grattacieli e luci! E' competitiva, frenetica e di un esotico tollerabile al gusto occidentale, che la lascino in pace. Sono gli hongkonghesi i primi a manifestare un crescente fastidio nei confronti dei cugini della Mainland. Molti di loro li giudicano maleducati e con abitudini difficili da capire e da sopportare. Le cronache ne parlano ogni giorno. 
Il turista che atterra qui e si muove tra i templi dello shopping e i ristoranti per stranieri, però, rimane affascinato dalle possibilità che respira su entrambe le rive del Victoria Harbour. Cammina, rapito, con lo sguardo all'insù cercando di capacitarsi di come sia possibile che qui, così lontano dalla sua laboriosa civiltà, sia nato lo skyline più alto del mondo. Più di New York addirittura! Pensa che sia tutto magnifico e, meraviglia! TUTTI PARLANO INGLESE! Ma non è vero. Dicono che Hong Kong sia piccola, ma non è vero manco questo. L'enclave degli espatriati lo è. E' pieno di gente che ci sbatte il naso e si ricrede. Hong Kong è altro. Hong Kong è grande, ed esistono varie realtà a nord di Nathan Road. Realtà che magari "chissenefrega non c'è niente che valga la pena". Beh, Si dia il caso che ci siano solo quel 48% di cinesi immigrati in una terra resa celebre dall'Inghilterra e che ora è tornata al suo legittimo proprietario. Il quale, con il consueto tatto, decide che ora il telegiornale verrà trasmesso in Mandarino. Sempre cinese è... o no? 

venerdì 24 febbraio 2012

Chung King Mansions

"L'ingresso di Chung King Mansions" 2012, Hong Kong. Ph. Milo Sciaky




Tra l'Inferno  e il Purgatorio dio ha creato "Chung King Mansions".
Camminando per le strade fosforescenti dalle luci shoppingose di Nathan Road, "il miglio d'oro" di Hong Kong, a un certo punto si attraversano una cinquantina di metri in cui viene offerto di tutto: dagli abiti tagliati su misura, agli orologi falsi. Perfino alla cocaina se il disinvolto ambulante indiano ritiene che sia sufficientemente sicuro offrirla a quelli che possono tranquillamente sembrare giovani e innocui turisti.
Questa dimensione urbana tutta particolare e audace circonda il marciapiede difronte all'ingresso di quello che è stato soprannominato "il lato oscuro di Hong Kong": Chung King Mansions appunto.
Questo decrepito palazzone abitato da 4000 persone e 129 etnie giace paciarotto in mezzo alle boutiques delle grandi firme internazionali, accanto all'Holliday Inn e dall'altra parte della strada rispetto al celeberrimo ed esclusivo Hotel Peninsula, che ti accetta come ospite solo dopo aver valutato attentamente il tuo profilo in modo da assicurarsi una clientela di primissima scelta. Come con le bistecche.
Entrando per quell'ingresso dorato però "lasciate ogni speranza O voi che entrate!". E' probabilmente il palazzo più globalizzato al mondo e facilmente uno dei più decrepiti della città nonostante ne occupi il centro. Sbeffeggiandolo.
Chung King Mansions, con i suoi incessanti traffici di ogni cosa, persone comprese, è un modello di "low-end globalization" (Vd. Gordon Mathews, Ghetto at the centre of the world, Hong Kong University press, 2011) in cui si è formato un substrato economico, rigorosamente in contanti, che collega Jakarta con Nuova Delhi. Manila con Nairobi e così via. Telefonini che un Giamaicano acquista da un Pakistano (che spesso non si sopportano) in qualcuno dei 140 negozi al piano terra, rivende a dei Malesi all'uscita sul vicolo prima di usare quei soldi per muovere qualche altra merce o mandarne una parte al paese natale. Il tutto a una velocità incredibile. E' il modo per restare a galla. Il modo per queste persone di non venire inghiottiti dal mondo ufficiale: crearsi un mondo loro, con le loro regole e con le loro reti. 
Un motivo per addentrarsi in questa bolgia dall'intenso odore di curry è che si mangia un cibo indiano squisito. In un palazzo si mangia indiano? certo! In uno dei ristoranti allestiti nei deliziosi appartamentini senza finestre, uscite di sicurezza, sistemi di areazione, igienici e tutti quegli accorgimenti che servono a evitare di morire in caso di incendio. 
Questi favolosi ristorantini sono accessibili tramite affollatissime ascensori, il cui traffico è regolato da una delle guardie che cercano di salvaguardare l'incolumità dei turisti dagli assalti selvaggi. Coloro che vinte le iniziali diffidenze decidono di avventurarsi non solo al pianterreno per comprare l'ultima imperdibile produzione Bollywoodiana su DVD, ma proprio ai piani, tra guest-houses con camere microscopiche da 8 dollari a notte e da chissà cos'altro, e appartamenti very cheap rispetto alla follia del real-esteate hongkonghese.
Il bassissimo costo delle abitazioni, e del cibo sono infatti uno dei motivi per cui Chung King Mansions può esistere in un posto come Hong Kong.
Un altro motivo risiede nella possibilità per i non appartenenti al così detto mondo sviluppato, di accedervi attraverso una finestra alla loro portata, non essendo necessario un visto per entrare come turisti in questa particolare regione autonoma della Cina. Da li poi è tutta questione di giocare le proprie carte. 
Ci sono infatti possibilità molto migliori per un immigrato africano o del sud-est asiatico di trovare "asilo politico" clandestinamente in una delle stanze di Chung King Mansions, piuttosto che cercare ci confondersi tra i cinesi in qualche altra zona della città, e di inserirsi in questo particolarissimo ecosistema che è si a hong Kong, ma non gli appartiene.






Per le cose intelligenti scritte in questo articolo ho fatto riferimento a: Gordon Mathews, Ghetto at the centre of the world, Hong Kong University press, 2011

lunedì 20 febbraio 2012

Guizzo da cronista nell'estremo est

"Leung Chun-ying futuro capo dell'Esecutivo" Hong Kong 2012, ph. Milo Sciaky



Da quando ho deciso di trasformarmi in una specie di fotogiornalista-artista-blogger-disoccupato ed emigrare a Hong Kong non avrei mai pensato che sarei potuto finire, un giorno, a inseguire uno dei tanti potenti del pianeta come ho fatto per anni in patria. 
Soprattutto non avrei mai pensato di farlo senza sapere chi cazzo costui fosse!
Essendo in questo frangente della mia carriera professionale impegnato in attività fotografiche altamente introspettivo-spirituali che definirei quasi filantropiche considerando l'assenza intrinseca di qualsiasi aspettativa di ritorno economico derivante dal loro svolgimento, ne ora ne mai, mi trovavo gironzolante nei vicoli dell'isola. Spazi angusti, lerci, malfamati e maleodoranti, fotocamera al collo e occhio vigile; le mani in tasca che fa più "mi trovo qui a gironzolare e sono un'innocuo turista che ha smarrito la retta via". 
Non prevedendo la mia opera caritatevole l'esistenza di un boss che detti i miei orari (ne che mi paghi per questo ovviamente), una volta smaronato di cercare qualcosa che potesse rimanere impresso nel patrimonio iconografico mondiale, mi sono diretto verso la più vicina fermata dell'MTR, Central, uno dei crocevia finanziari più importanti del mondo: una tale densità di banche e banchieri e bancari mai vista prima. 
Percorrendo il ponte che sovrasta le vastissime e trafficate carreggiate stradali sottostanti infilandosi direttamente in uno dei mastodontici centri commerciali cittadini, dove tra negozi di lusso e ristoranti, cinema e attrazioni varie, scale mobili gremite accompagnano le anime transitanti nei meandri dell'efficientissima linea metropolitana, la mia attenzione viene attirata dal lontano esplodere di quelli che riconosco subito essere flash di fotografi. 
Trasportato dall'abitudine e da un briciolo di curiosità gli vado incontro finendo a sbattere contro un ometto addetto alla sicurezza di quello che, sembrava essere l'ingresso dell'edificio dove ha sede la Borsa Di Hong Kong. 
Ormai seguendo un copione ben rodato dalla gavetta fotogiornalistica mi sono qualificato come "news", mostrandomi pure scocciato del tempo che il funzionario mi stava facendo perdere. I due elementi: credenziali e atteggiamento sbrigativo e arrogantello mi qualificavano perfettamente senza bisogno di ulteriori prove.
Non sapevo il perchè fossi li ne il percosa, ma era divertente esserci e cosi mi sono avvicinato sicuro al banchetto dell'accettazione rimediando un budge "press". L'unico indossato da un ciccio straniero: Io. L'illustre inviato di una inesistente emittente in estremo oriente!
Una volta entrato ho capito subito di essere arrivato tardi. Ommioddio! Ignoravo a cosa, ma un assembramento selvaggio di telecamere, macchine fotografiche e microfoni urlanti circondava la nuca e la schiena di un tizio che stava raccontando cose cui sembravano tutti molti interessati, senza lasciare nemmeno uno spaziettino al reporter occidentale. 
Non ho fatto in tempo ad avvicinarmi ai nuovi colleghi che avevo già bucato una notizia!
Non tutto era perduto però: quello che sembrava un servizio di routine, simile a molti che avevo affrontato nel corso della mia giovane carriera, solo con un numero maggiore di giornalisti e operatori, si stava trasformando esattamente in uno di quei servizi dove vale tutto, quelli delle grandi occasioni. Infatti il tizio distinto e cinese che stava cercando di sopravvivere all'arrembaggio di giornalisti e fotografi doveva essere uno tizio parecchio importante se stava causando, da solo, tutto quello scompiglio. 
Sono stato in un attimo travolto dalla massa e, sentendomi un pò a casa, ho cominciato a combattere anche io: calci, pugni, spinte, urla, insulti, graffi e morsi, correndo tra i pedoni ignari coi gomiti alzati e facendo gli sgambetti ai colleghi per poi colpirli a tradimento una volta caduti a terra. Il tutto scattando decine e decine di fotografie a caso.
Poi finalmente il serpentone di gente è esploso sulla piazza antistante e allora l'arena è diventata la strada permettendo alla guerra vera di scoppiare e alle donne e ai bambini di mettersi in salvo. Poche decine di metri e il ciccio importante con il suo seguito spariva nella hall del quartier generale di JP Morgan, tranquillo come se stesse facendo una passeggiata mano nella mano con la moglie sull'Avenue Of Stars. 
Ansimante, ma fiero di essere ancora in piedi dopo la lotta ho cominciato a controllare il lavoro realizzato sullo schermo della mia fotocamera. "Ottimo! Questa ce l'ho, questa è mossa, ma ho quest'altra, ma cazzo, porcogiuda, qui ha gli occhi chiusi, ah, meno male qui è pulito. Ok" pensavo mentre attraversavo il campo di battaglia costellato dai cadaveri di quelli che non ce l'avevano fatta, mentre altri stavano già scaricando la scheda nel computer per inviare le foto in redazione. E io? avevo fatto quello che dovevo. Si, ma cosa avevo fatto?! Per chi? e dove mi trovavo esattamente? e chi era quel tizio che stavo fotografando e perchè? Tutte le domande base che un giornalista deve porsi su una notizia del resto, no?! Purtroppo però sembravo essere l'unico a non avere le risposte. Il dubbio che ci fosse qualcosa di poco chiaro nella faccenda cominciava a farsi largo tra le mie convinzioni, schiaffeggiandole in maniera beffarda, quando, d'un tratto, la chiarezza più normale si è palesata suggerendomi il vero motivo, inconscio ovviamente, per il quale mi ero lasciato trasportare dalla notizia come ai bei vecchi tempi: sapevo che al termine di ogni conferenza stampa c'era un banchetto pieno zeppo di leccornie a cui i veri giornalisti non sono capaci di sottrarsi. E manco ci pensano. Avevo dunque centrato l'obiettivo anche a sto' giro!
Li avrei potuto, con discrezione, scoprire cosa diavolo fosse tutto quel macello.

"invitati fanno man bassa" 2012, HK. Ph: Milo Sciaky (reggendo un pasticcino)






mercoledì 15 febbraio 2012

La strepitosa Shenzhen


"Guardando Shenzhen pensando di fotografare la nebbia" File originale. 

"Scoprendo che quello che mi impediva di vedere Shenzhen non era nebbia" Hong Kong, 2012



L'area di Hong Kong in cui ho fortunatamente trovato alloggio non ha una buona reputazione. Anzi ce ne ha una pessima. A mio giudizio assolutamente immeritata. 
Per rendere i residenti dei mastodontici e fotocopiati-in-serie blocchi abitativi piu' sicuri, ai vari ingressi 24/24 e 7/7, dei portinai/vigilantes hanno il compito di aprire loro la porta, in entrata e in uscita. Se si pensa che la media dei piani di questi palazzoni e' di 25 e che ogni piano ha circa 10 appartamenti con un paio di inquilini cad. i quali varcheranno l'uscio dalle 2 alle 64 volte (nel mio caso), diciamo che svolgere questa mansione  non e' proprio il massimo dello spasso. Il mio benefattore e coinquilino Kok sostiene che per lui sarebbe un sogno poter avere un lavoro simile. Io lo trovo invece un incubo atroce ed, e' per questo che ogni volta che entro o esco elargisco ampi sorrisi smaglianti scandendo in cantonese il mio saluto "Neihou!"; il tutto agitando la mano per assicurarmi che capiscano bene quanto sono vicino alla loro sofferenza.
Al mio risveglio, con sommo stupore, ho notato 4 raggi di sole fendere la sottile coltre di boh che copre Hong Kong costantemente, quindi, investito da un treno di energie solari inaspettate, ho pianificato in fretta e furia il mio lavoro odierno a grandi linee cosi: "prendo la bici e pedalo verso est, dovrebbe esserci una collina, ci arrivo, vedo se riesco a scattare una panoramica del quartiere e poi vado a mangiarmi 1 kg di sushi". 
Cosi, in ghingheri nel mio consueto abito da ufficio: pantaloni della tuta, nike, camicia a quadri verdi e neri (con le maniche corte) e felpa a zip, mi avvio verso un'altra dura giornata di scartoffie. Attraverso la reception e il suo guardiano di turno recitando alla perfezione il mio copione e colpo di scena! lui si alza, solleva le mani e mima il gesto di scattare una fotografia, sorridendo e scuotendo la testa. Io, sorpreso dal cambiamento della routine quotidiana, sorrido di rimando, smarrito, ed esco. Dopo pochi metri realizzo quello che voleva dirmi l'omino: "hai scordato la macchina fotografica pirla!".
Arrivare in cima alla collina menzionata non e' stato proprio agevole. Non foss'altro per il fatto che ho dovuto affrontarla spingendo una bici attraverso il sentiero inesistente, ma una volta in cima lo spettacolo e' stato a dir poco affascinante: ho visto la Cina! Ho visto Shenzhen! 
Ora, lo stupore va spiegato riferito al verbo e non all'oggetto dell'esclamazione. Ovvero "vedere". Gia', perche' avere la possibilita' di vedere chiaramente piu' in la' di un paio di centinaia di metri e' spesso e volentieri parecchio difficile. Fatto sta che, complice una giornata che qui potremmo definire "serena", ma solo qui, dal mio punto di vista privilegiato era possibile ammirare un cielo azzurro fare capolino tra le nuvole e l'impressionante densita' di palazzi e fabbriche di questa fabbrica infinita che e' Shenzhen. Un villaggio di pescatori fino a 15 anni fa, che ora e' forse la citta' al mondo in cui si produce di piu', a costi piu' bassi (anche se le stesse aziende cinesi stanno cominciando a esportare la loro produzione verso Bangladesh ecc..) e dove, se si e' capaci, si possono trovare buone opportunita' di busieness. Pare che quando si cerchi di comprare qualcosa a Shenzhen, la domanda sia "quanti pezzi vuoi?".
Qui ha sede,. tra le tante, la Foxconn, nei cui stabilimenti si effettua una fase della lavorazione del celebre marchio di Cupertino, quello con la mela. La stessa mastodontica fabbrica travolta dalle polemiche sollevate dall'inchiesta del New York Times sulla serie di suicidi e sulle condizioni di lavoro degli operai al suo interno affinche' il sogno I-Pad potesse realizzarsi. 
In cima alla mia collinetta, mentre un tizio si divertiva a far volare, allegro, un modellino di aereo radiocomandato davanti ai palazzi di Tin Shui Wai, io scattavo quella foto li sopra, cosi, per svago, per non essere giunto fin lassu', sudato marcio, solo per una stupida panoramica. Una volta guardata sul monitor del computer, poco prima di cimentarmi in questa apparentemente inutile digressione, stavo per cestinarla, vista la sua scarsa artisticita' e remota possibilita' di utilizzo, quando un'intuizione ha bussato alle porte arrugginite del mio cervello spingendomi a darle un'ultima chanches con il "contrasto automatico" di Photoshop.
Il risultato? L'apparizione di quella coltre di indefinibile origine, anche se purtroppo intuibile, che sovrasta la favolosa e produttiva citta' di Shenzhen. Non ti ringraziero' mai abbastanza per aver rubato il sole di Hong Kong!

lunedì 13 febbraio 2012

Riposo con vista mare

"Cimitero a Yau Tong" Hong Kong 2012, Ph. Milo Sciaky



Hong Kong ha 7 milioni di abitanti e un disperato bisogno di spazio edificabile per assorbire la domanda di alloggi da parte del sempre maggior numero di nuovi arrivati, affascinati dalla caccia all'oro dell'eta' moderna: il business. A nord, i Nuovi Territori, in antitesi estrema con il macello umano di Kowloon o dell'Isola, sono stati creati appunto per questo. Sono distese enormi di aree residenziali, nuove, alte e super accessoriate con un numero incredibile di scuole, campi sportivi e cose varie, utili alle famiglie e ai loro cani affezionati per vivere in tutto comfort a qualche fermata di metropolitana dal centro del mondo. Tutte pianificate e ordinate, venute su nell'arco di una manciata di anni. Quelli che in Italia servono per organizzare una ventina di manifestazioni No-Tav per intenderci.  
"Ehh, quelli non li potranno mai spostare!" mi spiega un amico mentre scaliamo una vetta cittadina con un numero interminabile di scalini, riferendosi al mio racconto di un piccolo villaggio visitato il giorno precedente e  rimasto cosi com'e' da decenni, incastrato tra progetti-sogno-per -famiglie per cui sorgono come funghi citta' da piu' di 200,000 abitanti, mentre lui, fiero e inamovibile, immobile pure al passare del tempo. Abitato da vecchi cittadini che in forza di un diritto di proprieta' precedente i contratti di appalto si fanno un baffo della smania costruttrice dei palazzinari hongkonghesi e vivono come nelle cartoline dei bei tempi che furono. Mica siamo in Cina qui dove, dall'oggi al domani, il colletto bianco di turno puo' decidere di radere al suolo un quartiere e mandare a fare in culo chi ci abitava. Siamo a Hong Kong e su certe cose non si scherza. 
Con questo stesso criterio, mi spiega l'altra amica che era con noi mentre facciamo una pausa a circa meta' tragitto contemplando la vista spettacolare che ci si apre davanti, e' impossibile per gli imprenditori del settore costruire su tutte quelle aree collinari dove sorgono dei cimiteri. Anche se formati da antichi gruppi di poche tombe. Nessun operaio le tocchera' mai! Timore e rispetto.
La collina su cui ci trovavamo tutti e tre era un enorme cimitero, dalle migliaia di tombe tutte ordinate, affacciata sul lato orientale del Victoria Harbour, uno dei posti al mondo in cui alcuni metri quadrati di privilegio abitativo costano piu' cari in assoluto. "Ecco!" mi dice l'altra amica, descrivendo un ampio semicerchio orizzontale davanti a noi, "e' per via di tutto questo che ora possiamo starcene su questa collina ad ammirare la baia senza grattacieli davanti!". Qui nessuno potra' disturbare il riposo dei morti di Hong Kong (almeno fino a quando Hong Kong rimarra' autonoma). Infatti, secondo la filosofia del Feng Shui (vento-acqua), che persegue l'armonia nelle forme come via per liberare l'energia positiva e molto seguita nell'architettura e nell'arredamento, davanti alle tombe dei defunti non deve venir costruito nulla in modo che quest'energia sia libera di fluire. Motivo per il quale un'intera collina e' stata adibita a cimitero. Sul mare. E scusate se e' poco.